Il “Complesso di Medea”: quando le madri uccidono

L’ultimo  

fatto  

di  

cronaca  

ha  

fatto  

tornare  

in  

auge  

il  

“Complesso  

di  

Medea”

.  

  

In  

Psicologia  

con  

tale  

definizione  

si  

fa  

riferimento  

al  

quadro  

clinico  

nel

quale  

una  

madre,  

in  

una  

condizione  

caratterizzata  

da  

tensione  

oppositive  

e/o  

emotiva  

nei  

confronti  

del  

partner,  

riversa  

la  

propria  

collera  

e  

violenza

sul  

figlio  

raggiungendo  

lo  

stadio  

finale  

dell’omicidio.  

Tale  

gesto  

non  

lascia  

liberi  

da  

turbamenti,  

perché  

solitamente  

la  

figura  

della  

genitrice  

(madre)  

è

associata  

al  

valore  

della  

protezione  

della  

propria  

famiglia  

e  

di  

conseguenza  

della  

propria  

prole.  

Gli  

ultimi  

infanticidi  

avvenuti  

nel  

nostro  

Paese

sono    

realizzati    

da    

madri    

giovani,    

che    

giungono    

all’atto    

estremo    

per    

ragioni    

formalmente    

inspiegabili,    

che    

frequentemente    

trovano

un’interpretazione nel “Complesso di Medea”.

Medea  

è  

una  

figura  

mitologica  

greca  

che  

sposa  

Giasone  

con  

il  

quale  

ha  

dei  

bambini,  

che  

la  

stessa  

Medea  

ucciderà  

per  

vendicarsi  

del  

marito  

che

l’aveva lasciata perché si era innamorato di un’altra donna.

Le  

donne  

che  

si  

possono  

definire  

madri-Medea  

soffrono  

di  

ossessività  

e  

gelosie  

patologiche  

e  

nell’istante  

in  

cui  

non  

hanno  

più  

l’oggetto  

della  

loro

ossessione scaricano tutta la loro violenza e insoddisfazione sui figli che, emblematicamente, equivale all’uomo che le ha abbandonate.

Spesso  

il  

“Complesso  

di  

Medea”  

è  

citato  

in  

relazione  

all’uccisione  

dei  

figli.  

Nel  

1988  

Jacobs  

definisce  

il  

“Complesso  

di  

Medea”  

il  

comportamento

materno  

finalizzato  

alla  

distruzione  

del  

rapporto  

tra  

padre  

e  

figli  

dopo  

le  

separazioni  

conflittuali:  

dove  

l’uccisione  

diventa  

simbolica  

e  

il  

fine  

non  

è

uccidere il figlio stesso ma il legame che ha con il padre.

Sfortunatamente  

il  

vivere  

in  

un  

contesto  

contraddistinto  

da  

abusi  

in  

età  

evolutiva,  

può  

generare  

la  

manifestazione  

di  

alcuni  

meccanismi  

di  

difesa

tipici  

della  

patologia  

borderline,  

ad  

esempio  

l’onnipotenza,  

la  

dissociazione  

e  

la  

svalutazione,  

o  

differenti  

esiti  

a  

breve  

e  

lungo  

termine  

accertati  

sui

figli,  

come  

futuro  

carattere  

manipolatorio,  

falso  

sé,  

depressione,  

egocentrismo,  

comportamenti  

autodistruttivi,  

scarso  

rendimento  

scolastico  

e

disturbi alimentari.

La  

figura  

della  

madre  

è  

da  

sempre  

associata  

a  

sentimenti  

e  

atteggiamenti  

di  

protezione  

verso  

la  

propria  

prole.  

Nelle  

madri-Medea  

si  

riscontra  

una

metamorfosi  

crudele  

la  

felicità  

della  

maternità  

non  

è  

più  

quella  

di  

donare  

la  

vita  

bensì  

unicamente  

quella  

di  

possedere  

un  

figlio  

ideale.  

Nel  

caso  

in

cui   

il   

figlio   

si   

allontana   

da   

tale   

ideale   

deve   

essere   

ripudiato.   

Tante   

depressioni   

post-partum

   

affermano   

di   

tale   

rifiuto   

che   

trova   

la   

sua

rappresentazione più malvagia nel cammino verso l’azione dell’infanticidio.

Il  

“Complesso  

di  

Medea”  

si  

caratterizza  

per  

l’eccessivo  

bisogno  

di  

controllo  

sull’altro,  

esercitato  

sulla  

vita  

della  

vittima.  

In  

aggiunta  

al  

bisogno  

di

controllo,  

oltre  

che  

di  

possesso,  

un’altra  

particolarità  

è  

il  

bisogno  

di  

essere  

esclusivi  

ed  

unici;  

la  

percezione  

che  

tante  

madri  

hanno  

di  

non  

aver  

più,

con il passare del tempo, una parte di se stesse è suggestionato dal proprio ruolo sociale.

Sul  

fronte  

psicologico,  

nell’istante  

dell’assassinio  

del  

figlio,  

la  

madre-Medea  

giunge  

al  

culmine  

del  

delirio  

di  

onnipotenza  

(specifico  

delle  

crisi

psicotiche)  

e  

si  

autoproclama  

giudice  

di  

vita  

e  

di  

morte.  

L’omicidio  

sembra  

essere  

totalmente  

in  

contrapposizione  

con  

il  

ruolo  

conferito  

oltre  

che  

al

genere  

sessuale  

femminile  

in  

generale  

ed  

alla  

madre  

nel  

particolare  

come  

protettrice  

della  

famiglia.  

Pertanto  

il  

figlicidio  

è  

ritenuto  

contro  

natura

nell’ottica  

della  

sopravvivenza  

della  

specie  

e  

di  

cui  

è  

la  

madre  

portatrice.  

Nell’infanticidio  

(uccidere  

il  

figlio  

appena  

nato)  

è  

psicologicamente  

diverso

che  

nel  

figlicidio  

(uccisione  

dopo  

che  

c’è  

stata  

una  

convivenza  

più  

lunga  

e  

si  

sono  

intessute  

relazioni  

derivanti  

inoltre  

dalla  

comunanza  

di  

vita).

sensazioni  

di  

estraneità  

e  

ostilità  

non  

sono  

infrequenti  

nelle  

donne  

che  

hanno  

partorito  

da  

poco;  

il  

neonato  

può  

essere  

percepito  

come  

oggetto  

e

non  

come  

individuo,  

quale  

parte  

del  

corpo  

materno,  

di  

cui  

si  

ha  

la  

piena  

completa  

disposizione.  

Nel  

versante  

soggettivo,  

il  

vissuto  

di  

certe

infanticide  

pare  

essere,  

anziché  

quello  

di  

togliere  

la  

vita  

ad  

un  

essere  

vivente,  

quello  

di  

ostruire  

al  

neonato  

di  

iniziare  

la  

sua  

esistenza;  

l’infanticidio

immediatamente  

dopo  

il  

parto  

può  

solitamente  

intendersi,  

nella  

dinamica  

psicologica,  

come  

un  

aborto  

tardivo,  

messo  

in  

pratica  

sotto  

la  

pulsione  

di

contingenze “problematiche” che non consentono alla donna di affrontare la maternità.

Spesso   

si   

è   

reputato   

che   

la   

madre   

che   

realizza   

un   

figlicidio   

ha   

seri   

problemi   

economici,   

familiari,   

circostanze   

pregresse   

o   

attuali   

di

tossicodipendenza,  

una  

famiglia  

di  

origine  

non  

accudente  

e  

abusi.  

La  

teoria  

psicologica  

sostiene  

che  

le  

madri-Medea  

sono  

affette  

da  

ossessività  

e

gelosie  

patologiche  

e  

nell’istante  

in  

cui  

non  

hanno  

più  

l’oggetto  

della  

loro  

ossessione  

(il  

partner)  

scaricano  

tutta  

il  

loro  

avvilimento  

e  

la  

loro

aggressività  

sul  

figlio  

che,  

emblematicamente,  

impersona  

l’uomo  

che  

le  

ha  

allontanate.  

Le  

donna  

con  

il  

“Complesso  

di  

Medea”,  

quindi,  

hanno

notevoli  

difficoltà  

ad  

accettare  

la  

separazione,  

ad  

affrontare  

la  

sensazione  

di  

depressione  

e  

di  

inquietudine  

che  

avvertono  

interiormente  

e  

a

rielaborare  

la  

sensazione  

della  

perdita.  

In  

certe  

donne  

che  

hanno  

tolto  

la  

vita  

ai  

propri  

figli  

si  

riscontra  

la  

propensione  

a  

rimuovere  

tale  

ricordo  

dalla

loro memoria.

Fra le varie cause che sono in grado di spingere una madre a commettere tale assassinio, si possono elencare le seguenti:

L’atto impulsivo delle madri che sono solite a maltrattare i figli

Le madri che negano la gravidanza

Le madri che trasferiscono la volontà di uccidere la loro madre cattiva e tolgono la vita al figlio cattivo

La vendetta della madre nei riguardi del partner

Le madri che uccidono il figlio per non farlo soffrire

Le madri che desiderano uccidersi e uccidono il proprio figlio

Le madri che compiono sul proprio figlio le violenze che hanno subito

Le madri che uccidono i figli non voluti

Le madri che uccidono subdolamente il figlio

Le madri che uccidono il figlio perché pensano di salvarlo

Le madri che trasformano i loro figli in capri espiatori

L’agire omissivo delle madri negligenti e passive nel ruolo materno.

Ulteriori  

concause  

del  

“Complesso  

di  

Medea”  

concernono  

una  

sensazione  

di  

inadeguatezza  

del  

proprio  

ruolo  

materno  

e  

l’esistenza  

frequentemente

di  

patologie  

(organizzazione  

mentale  

destrutturata  

da  

traumi  

pregressi  

o  

deviata  

da  

disturbi  

di  

personalità  

come  

il  

disturbo  

dissociativo  

dell’identità

e il disturbo borderline) e per di più fattori di rischio da prendere in considerazione come per esempio la depressione post-partum.

Tutti questi elementi intrecciati fra loro sono le fondamenta del “Complesso di Medea”.

L’intervento   

psicologico   

con   

le   

madri-Medea   

è   

volto   

al   

trattamento   

dell’accettazione   

della   

separazione,   

a   

contrastare   

il   

sentimento   

di

annientamento  

e  

di  

inquietudine  

che  

avvertono  

dentro  

e  

a  

rielaborare  

il  

senso  

della  

perdita.  

Pertanto  

il  

percorso  

psicologico  

ha  

l’obiettivo  

di

ricondurre alla mente il ricordo del proprio gesto e sostenere la madre ad affrontarlo.

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Psychology

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Il      

“Complesso      

di      

Medea”:

quando le madri uccidono

L’ultimo  

fatto  

di  

cronaca  

ha  

fatto  

tornare  

in  

auge

il  

“Complesso  

di  

Medea”

.  

  

In  

Psicologia  

con  

tale

definizione  

si  

fa  

riferimento  

al  

quadro  

clinico  

nel

quale      

una      

madre,      

in      

una      

condizione

caratterizzata  

da  

tensione  

oppositive  

e/o  

emotiva

nei    

confronti    

del    

partner,    

riversa    

la    

propria

collera  

e  

violenza  

sul  

figlio  

raggiungendo  

lo  

stadio

finale  

dell’omicidio.  

Tale  

gesto  

non  

lascia  

liberi  

da

turbamenti,   

perché   

solitamente   

la   

figura   

della

genitrice   

(madre)   

è   

associata   

al   

valore   

della

protezione      

della      

propria      

famiglia      

e      

di

conseguenza    

della    

propria    

prole.    

Gli    

ultimi

infanticidi    

avvenuti    

nel    

nostro    

Paese    

sono

realizzati  

da  

madri  

giovani,  

che  

giungono  

all’atto

estremo   

per   

ragioni   

formalmente   

inspiegabili,

che   

frequentemente   

trovano   

un’interpretazione

nel “Complesso di Medea”.

Medea  

è  

una  

figura  

mitologica  

greca  

che  

sposa

Giasone  

con  

il  

quale  

ha  

dei  

bambini,  

che  

la  

stessa

Medea   

ucciderà   

per   

vendicarsi   

del   

marito   

che

l’aveva    

lasciata    

perché    

si    

era    

innamorato    

di

un’altra donna.

Le  

donne  

che  

si  

possono  

definire  

madri-Medea

soffrono   

di   

ossessività   

e   

gelosie   

patologiche   

e

nell’istante  

in  

cui  

non  

hanno  

più  

l’oggetto  

della

loro  

ossessione  

scaricano  

tutta  

la  

loro  

violenza  

e

insoddisfazione  

sui  

figli  

che,  

emblematicamente,

equivale all’uomo che le ha abbandonate.

Spesso   

il   

“Complesso   

di   

Medea”   

è   

citato   

in

relazione  

all’uccisione  

dei  

figli.  

Nel  

1988  

Jacobs

definisce       

il       

“Complesso       

di       

Medea”       

il

comportamento       

materno       

finalizzato       

alla

distruzione  

del  

rapporto  

tra  

padre  

e  

figli  

dopo  

le

separazioni   

conflittuali:   

dove   

l’uccisione   

diventa

simbolica  

e  

il  

fine  

non  

è  

uccidere  

il  

figlio  

stesso

ma il legame che ha con il padre.

Sfortunatamente     

il     

vivere     

in     

un     

contesto

contraddistinto   

da   

abusi   

in   

età   

evolutiva,   

può

generare  

la  

manifestazione  

di  

alcuni  

meccanismi

di   

difesa   

tipici   

della   

patologia   

borderline,   

ad

esempio    

l’onnipotenza,    

la    

dissociazione    

e    

la

svalutazione,   

o   

differenti   

esiti   

a   

breve   

e   

lungo

termine  

accertati  

sui  

figli,  

come  

futuro  

carattere

manipolatorio,         

falso         

sé,         

depressione,

egocentrismo,     

comportamenti     

autodistruttivi,

scarso      

rendimento      

scolastico      

e      

disturbi

alimentari.

La  

figura  

della  

madre  

è  

da  

sempre  

associata  

a

sentimenti  

e  

atteggiamenti  

di  

protezione  

verso  

la

propria  

prole.  

Nelle  

madri-Medea  

si  

riscontra  

una

metamorfosi   

crudele   

la   

felicità   

della   

maternità

non    

è    

più    

quella    

di    

donare    

la    

vita    

bensì

unicamente  

quella  

di  

possedere  

un  

figlio  

ideale.

Nel  

caso  

in  

cui  

il  

figlio  

si  

allontana  

da  

tale  

ideale

deve  

essere  

ripudiato.  

Tante  

depressioni  

post-

partum

  

affermano  

di  

tale  

rifiuto  

che  

trova  

la  

sua

rappresentazione    

più    

malvagia    

nel    

cammino

verso l’azione dell’infanticidio.

Il    

“Complesso    

di    

Medea”    

si    

caratterizza    

per

l’eccessivo      

bisogno      

di      

controllo      

sull’altro,

esercitato  

sulla  

vita  

della  

vittima.  

In  

aggiunta  

al

bisogno    

di    

controllo,    

oltre    

che    

di    

possesso,

un’altra    

particolarità    

è    

il    

bisogno    

di    

essere

esclusivi  

ed  

unici;  

la  

percezione  

che  

tante  

madri

hanno  

di  

non  

aver  

più,  

con  

il  

passare  

del  

tempo,

una   

parte   

di   

se   

stesse   

è   

suggestionato   

dal

proprio ruolo sociale.

Sul  

fronte  

psicologico,  

nell’istante  

dell’assassinio

del  

figlio,  

la  

madre-Medea  

giunge  

al  

culmine  

del

delirio    

di    

onnipotenza    

(specifico    

delle    

crisi

psicotiche)  

e  

si  

autoproclama  

giudice  

di  

vita  

e  

di

morte.   

L’omicidio   

sembra   

essere   

totalmente   

in

contrapposizione  

con  

il  

ruolo  

conferito  

oltre  

che

al  

genere  

sessuale  

femminile  

in  

generale  

ed  

alla

madre   

nel   

particolare   

come   

protettrice   

della

famiglia.   

Pertanto   

il   

figlicidio   

è   

ritenuto   

contro

natura  

nell’ottica  

della  

sopravvivenza  

della  

specie

e   

di   

cui   

è   

la   

madre   

portatrice.   

Nell’infanticidio

(uccidere        

il        

figlio        

appena        

nato)        

è

psicologicamente     

diverso     

che     

nel     

figlicidio

(uccisione  

dopo  

che  

c’è  

stata  

una  

convivenza  

più

lunga   

e   

si   

sono   

intessute   

relazioni   

derivanti

inoltre   

dalla   

comunanza   

di   

vita).   

sensazioni   

di

estraneità   

e   

ostilità   

non   

sono   

infrequenti   

nelle

donne  

che  

hanno  

partorito  

da  

poco;  

il  

neonato

può  

essere  

percepito  

come  

oggetto  

e  

non  

come

individuo,  

quale  

parte  

del  

corpo  

materno,  

di  

cui  

si

ha  

la  

piena  

completa  

disposizione.  

Nel  

versante

soggettivo,   

il   

vissuto   

di   

certe   

infanticide   

pare

essere,  

anziché  

quello  

di  

togliere  

la  

vita  

ad  

un

essere  

vivente,  

quello  

di  

ostruire  

al  

neonato  

di

iniziare       

la       

sua       

esistenza;       

l’infanticidio

immediatamente  

dopo  

il  

parto  

può  

solitamente

intendersi,  

nella  

dinamica  

psicologica,  

come  

un

aborto  

tardivo,  

messo  

in  

pratica  

sotto  

la  

pulsione

di      

contingenze      

“problematiche”      

che      

non

consentono alla donna di affrontare la maternità.

Spesso  

si  

è  

reputato  

che  

la  

madre  

che  

realizza  

un

figlicidio   

ha   

seri   

problemi   

economici,   

familiari,

circostanze         

pregresse         

o         

attuali         

di

tossicodipendenza,   

una   

famiglia   

di   

origine   

non

accudente  

e  

abusi.  

La  

teoria  

psicologica  

sostiene

che  

le  

madri-Medea  

sono  

affette  

da  

ossessività  

e

gelosie    

patologiche    

e    

nell’istante    

in    

cui    

non

hanno    

più    

l’oggetto    

della    

loro    

ossessione    

(il

partner)  

scaricano  

tutta  

il  

loro  

avvilimento  

e  

la

loro          

aggressività          

sul          

figlio          

che,

emblematicamente,  

impersona  

l’uomo  

che  

le  

ha

allontanate.    

Le    

donna    

con    

il    

“Complesso    

di

Medea”,    

quindi,    

hanno    

notevoli    

difficoltà    

ad

accettare     

la     

separazione,     

ad     

affrontare     

la

sensazione  

di  

depressione  

e  

di  

inquietudine  

che

avvertono    

interiormente    

e    

a    

rielaborare    

la

sensazione   

della   

perdita.   

In   

certe   

donne   

che

hanno  

tolto  

la  

vita  

ai  

propri  

figli  

si  

riscontra  

la

propensione  

a  

rimuovere  

tale  

ricordo  

dalla  

loro

memoria.

Fra  

le  

varie  

cause  

che  

sono  

in  

grado  

di  

spingere

una   

madre   

a   

commettere   

tale   

assassinio,   

si

possono elencare le seguenti:

L’atto  

impulsivo  

delle  

madri  

che  

sono  

solite

a maltrattare i figli

Le madri che negano la gravidanza

Le   

madri   

che   

trasferiscono   

la   

volontà   

di

uccidere  

la  

loro  

madre  

cattiva  

e  

tolgono  

la

vita al figlio cattivo

La   

vendetta   

della   

madre   

nei   

riguardi   

del

partner

Le  

madri  

che  

uccidono  

il  

figlio  

per  

non  

farlo

soffrire

Le    

madri    

che    

desiderano    

uccidersi    

e

uccidono il proprio figlio

Le  

madri  

che  

compiono  

sul  

proprio  

figlio  

le

violenze che hanno subito

Le madri che uccidono i figli non voluti

Le   

madri   

che   

uccidono   

subdolamente   

il

figlio

Le   

madri   

che   

uccidono   

il   

figlio   

perché

pensano di salvarlo

Le  

madri  

che  

trasformano  

i  

loro  

figli  

in  

capri

espiatori

L’agire   

omissivo   

delle   

madri   

negligenti   

e

passive nel ruolo materno.

Ulteriori   

concause   

del   

“Complesso   

di   

Medea”

concernono  

una  

sensazione  

di  

inadeguatezza  

del

proprio        

ruolo        

materno        

e        

l’esistenza

frequentemente    

di    

patologie    

(organizzazione

mentale    

destrutturata    

da    

traumi    

pregressi    

o

deviata  

da  

disturbi  

di  

personalità  

come  

il  

disturbo

dissociativo  

dell’identità  

e  

il  

disturbo  

borderline)

e   

per   

di   

più   

fattori   

di   

rischio   

da   

prendere   

in

considerazione  

come  

per  

esempio  

la  

depressione

post-partum.

Tutti  

questi  

elementi  

intrecciati  

fra  

loro  

sono  

le

fondamenta del “Complesso di Medea”.

L’intervento   

psicologico   

con   

le   

madri-Medea   

è

volto     

al     

trattamento     

dell’accettazione     

della

separazione,    

a    

contrastare    

il    

sentimento    

di

annientamento  

e  

di  

inquietudine  

che  

avvertono

dentro   

e   

a   

rielaborare   

il   

senso   

della   

perdita.

Pertanto  

il  

percorso  

psicologico  

ha  

l’obiettivo  

di

ricondurre  

alla  

mente  

il  

ricordo  

del  

proprio  

gesto

e sostenere la madre ad affrontarlo.

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